Quella che ero è partita ed è rimasta là, i suoi resti si seccheranno al sole e sbuffi di vento ne disperderanno i frammenti nelle campagne e nei boschi. Quelle terre devono essere così ricche per questo, si nutrono di vecchi animi abbandonati, quelli che una volta mostratisi ai loro proprietari per la loro ingombrante inutile natura si fanno inevitabilmente abbandonare lì, su cigli della strada. Chi se lo porterebbe nello zaino, a poi casa, tale ridicolo peso? Quella che sono non è quella che è partita, non è retorica. E a differenza dell'anno scorso stavolta se ne sono accorti tutti. Trasudo. Mica passa inosservato.
Le interpretazioni sono differenti, chi mi vede viva, chi mi vede persa. Chi prova fastidio, chi mi guarda con sufficienza, chi sente tenerezza, che indifferenza, chi curiosità. La reazione dei molti è comunque una sorta di difesa. L'accusa che mi si rivolge è di peccare di egocentrismo, e talvolta la pena per la mia apparente condizione di "illusa" le supera tutte.
Pesa un po' l'incomprensione, ma lo capisco, magari da fuori non si vede che le mie sono scelte. E che soprattutto le mie sono palle, di farle e non solo di pensarle, le mie scelte. Razionali, ponderate, consapevoli. Ne pago volentieri le conseguenze. Ci ho messo una settimana prima di rispalmarmi la faccia di trucco perchè truccata mi vedevo strana. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo bella solo senza. Ma mica bella e basta. Luminosa. Solare. Ora di luce è fatto il mio aspetto. E chi mi conosce bene davvero dice che nei miei occhi resi ancora più chiari dal sole non vede che una cosa: che sono viva. Io con questi occhi qui, l'ho visto un altro modo di vivere. E non l'ho solo visto, l'ho vissuto. Ho vissuto un modo di vivere che è diecimila volte meglio. E allora perchè devo accontentarmi di avere/fare/dovere tutta questa vagonata di inutilità? Con che diavolerie devo riempire le mie giornate? Per cosa poi? Per non sentirmi vuota? Voglio sentirmi piena di di semplicità io. Piena di tanta genuina gloriosa pochezza.
Semplici albe, nebbie, frescori mattutini, colazioni lontane e fatiche raddoppiate dall'assenza di un caffè. La gratitudine per una panchina, un muretto, un fico maturo che pende sul sentiero, per una freccia gialla quando la strada sembra persa. La ricchezza di un incontro, la condivisione, l'umanità, il rispetto, la solitudine, i silenzi e le fragorose risate, la storia che si impone, la spiritualità che trasuda, l'impermanenza che si manifesta inesorabile. Le bottiglie di vino, e le insalatone, a raccogliere erbe sugli scogli, e funghi nei boschi, e mele dagli alberi, e more dai rovi.
Zaini sudici buttati per terra, piedi scalzi su foglie secche, su prati, e dentro le fontane, in piedi sugli scogli a scrutare il mare come marinai mancati, e piedi e orme sulla sabbia. E sabbia nei sacchi a pelo. E acqua, vento, luce, e verde, verdissimo sulla faccia. E a tratti pioggia, dappertutto, rivoli sulla schiena, vestiti zuppi, zaini zuppi, pure i biscotti zuppi. E impazienza, e stanchezza, e sconforto. E soddisfazione. Immensa soddisfazione, tanta da piangerne. Che quel km 0 scatena una burrasca dentro che uno non se lo aspetta, anche se l'oceano lì sotto è piatto e calmo e silenzioso. Li davanti a quel pilastro io forte, fragile, minuscola, invincibile, impotente, non realizzavo. Stavo lì e ripensavo a tutti i sentieri e i sassi e l'asfalto e i lastricati e la terra e l'acqua e le rocce e le foglie e le spiagge che ho calpestato, a quanti meleti, eucalipti, faggi, chiese, porticati e monti mi hanno regalato la loro ombra, a quanti pezzi di cielo e nuvole sono passata sotto indisturbata e a quante migliaia di passi ho fatto, uno dopo l'altro. E la fatica l'ho dimenticata in un istante. Me ne stavo lì seduta sulle rocce del promontorio di Finisterre, ci sono rimasta un paio d'ore, accucciata in una nicchia con le gambe incrociate. Avevo già salutato tutti i miei compagni di viaggio. Ero malinconica ma serena. Ho bruciato messaggi scritti su pezzi di carta riciclata e una ciocca dei miei capelli. Stavo lì a guardare con gli occhi sbarrati il cielo e il mare, due blu che facevano l'amore, volevo la stessa prospettiva delle migliaia di vite salvate prima della mia. E l'ho avuta. E ho visto anche la loro direzione e il loro orizzonte. E ho visto anche il mio. Ho visto cosa voglio con me nel tragitto fin laggiù, e ho visto cosa invece non mi appartiene più.
Quante cose ho fortunatamente abbandonato a casa, quanti pensieri inutili ho finalmente trascurato. Ho visto di quanto sono capace e non credevo. Ho visto quanto non abbiamo bisogno della maggior parte delle cose che possediamo, in cui crediamo, per cui ci agitiamo e corriamo come cretini tutto il giorno. Ho visto il valore della lentezza, della semplicità, dell'amicizia. Ho visto quanta bellezza trascuriamo e non vediamo ossessionati deviati offuscati dalle nostre buone intenzioni, sempre oltre, più avanti, e ai nostri piedi mai, non ci guardiamo mai, ed è lì, tutto il nostro sbaglio. E' nel guardare sempre oltre e in alto, invece che dove mettiamo i piedi. Alla terra che ci ha creati, dobbiamo rivolgere il nostro sguardo più umile.
Io i miei piedi e il mio zaino li metto su un aereo, con l'anno nuovo.
Voglio sporcarli di tutte le terre del mondo.
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