Delirio #1



Come un bambino che si trova ad avere le vacanze estive davanti e l'enorme vetrina di un negozio di giocattoli di fronte. Ecco come ero fino a tre giorni fa.
Io, con il mio inverno libero e tutti i Paesi del mondo tra cui scegliere la mia meta.
E avevo deciso, e ci stavo sognando. Ad occhi aperti, chiusi, e pure insonni. Pure.

Di nuovo ho la dimostrazione di come i piani che uno si fa possano vanificarsi o stravolgersi in un istante. Io non li faccio più i piani, me lo dico ogni volta. Poi non sono capace di mantenere le mie stesse promesse. Allora. Lunedì mattina ho avuto su di un piatto d'argento tanto facile che nemmeno mi pare vero la conferma di un lavoro perfetto. Ma perfetto che lo aspettavo da tanto tempo, robe da aprire una bottiglia. Equilibrio perfetto tra il tempo da dedicare alle mie due passioni. Me lo sono pure meritato, dai. 6 mesi e 6 mesi. Si lo so, è piuttosto fico. E' che io c'ho sta cosa che sono fortunata, perchè davvero lo sono, non lo dico mai a voce alta, ma ormai lo so. Meritevole, ma pure un pizzico fortunata.
E per una come me che ama tanto il suo lavoro quanto viaggiare, ora ditemi cosa c'è di meglio?
E per una che più ha scelta nel dover scegliere e più va nel pallone cosa c'è di meglio?
Ecco. Sono nel pallone.

Finchè il progetto di un viaggio era astratto, mi limitavo a sognare. Informandomi concretamente certo, progettando nella mia testa, ordinando libri, abbozzando vaghi itinerari con la matita su mappe stampate da internet. Ma non c'era nulla di concreto. Bene. Ora che invece so che mi aspetta una base lavorativa, economica e professionale, che nella mia vita forse davvero qualcosa l'ho combinato. Che ho le basi per piantare radici, un posto dove immaginare il mio futuro, che quello per cui ho lavorato come un mulo negli ultimi anni ora da i suoi frutti, io sono nel pallone.
Sono stra felice, e fiera, ed entusiasta.
E mi rimane pure il mio inverno libero.
E mi rimangono pure tutti i prossimi inverni della vita liberi.
E Dio solo sa come posso riempirli, di cosa, e soprattutto DOVE.

E allora via all'organizzazione. Alle liste, ai vademecum, a mille siti salvati nel preferiti, e le mail, e i documenti, e ai se, e ai ma. Perchè allora adesso vado. C'ho un lavoro ad aspettarmi, pure. Sono fortunata, sono sempre fortunata io. Parto. Parto subito. Parto a gennaio. Mh. E se avere solo un mese per programmare tutto servisse solo a stressarmi più che a godermi il viaggio?
E se fossi davvero matta a voler partire da sola?
E se la mia meta fosse davvero troppo pericolosa?
E se aspettassi l'autunno per avere più tempo da dedicare al viaggio, più soldi, più organizzazione?
(e più dubbi, e più impedimenti, e poi chissà che altro potrebbe arrivare a deviarmi il percorso che qui io ormai mi sono rassegnata alla totale impermanenza di ogni singolo attimo e atomo.)
E se la smettessi di imparanoiarmi e prenotassi solo il volo e chissenefrega che tanto io me la so cavare?

Signore santissimo.

Io non è che voglio risposte. Questo è solo nero su bianco per svuotarmi, che a tenerli in testa tutti questi pensieri io non ci dormo da due notti. Voglio ascoltare solo me stessa, forse per la prima volta davvero solo me stessa. E allora perchè le parole degli altri fanno vacillare le mie certezze? Dovrei essere inattaccabile. E se invece già lo sono nel decidere se partire o no, come potrò esserlo là, da sola, oltre confine, oltre oceano, oltre emisfero?

Da quando ho quella certezza lavorativa, e da quando ho iniziato a parlare dei miei progetti con alcune persone, mi sono completamente smontata. Non so capire se non voglio sotto sotto ammettere di non essere pronta per un'esperienza così grande come alcuni pensano oppure se avere delle opinioni contro non sia che un alibi in cui nascondermi e adagiare le mia insicurezza, per scaricare le colpe di una mia marcia indietro, per autogiustificare la mia pigrizia in una programmazione articolatissima, complessa e improvvisata (il che fino ad ora non è mai stato nelle mie corde) e cedere a quell'attaccamento che tutti abbiamo al porto sicuro.

C'abbiamo sto porticciolo di avvisaglia, questo meccanismo di difesa piantato nella nostra testa, un'ancora piantata lì per il nostro bene, per proteggerci. Quanto tentiamo di allontanarci un po', o pensiamo al mare aperto, o tira il vento, la corda dell'ancora nella nostra mente tira un po' di più, si tende, ci tira indietro, ci fa pensare, ci fa temporeggiare. Vorrebbe trattenerci, il porto ha acqua calme, e più tiepide, ci sono altre barche familiari, conosci a memoria i fondali e lo scandire delle maree, non ha senso lanciarsi fuori, il mare aperto è insidioso, sconosciuto, profondo.
Ma io voglio sbattere sulle onde alte, prendere testate e sbattere il mento, cadere in acqua, lottare con il mal di mare, impaurirmi per le burrasche. Perchè solo quando ci si fa male davvero subentrano l'adrenalina e la nostra natura animale e istintiva, e chissà come se ne esce comunque, ammaccati e soddisfatti. E' quello che voglio io. Ma se non mi faccio male, l'adrenalina non si scarica. Se non mi faccio male e non mi scontro con la mia ingenuità, io continuerò ad essere tormentata da una me che si sente vuota di tutto quello di cui invece potrebbe essersi riempita.

Che faccio, ci vado in Ameria del Sud, tre mesi, da sola, con lo zaino in spalla?
Uff.
E quando mi ricapita.
Mille volte ancora magari.
Ma magari nemmeno una.
Ecco, sono nel pallone.


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