Dov'è che sono finita?


Quella che ha passato un'estate a spingere sulla sua volontà per avvicinarsi all'immagine che ha di se stessa nella sua testa, quella che ha dedicato un autunno ai sogni di viaggio e un inverno in giro per il mondo col suo zaino in spalla e i piedi scalzi. Quella lì, che fine ha fatto? Non ero io?

Non ero io che pochi giorni prima del mio compleanno volavo a braccia aperte su di un faro alla fine della terra e mi commuovevo vedendo cuccioli di gabbiano spiccare il loro primo volo, e prendevo il vento in faccia mentre lui si prendeva il mio equilibrio? Io che respiravo lacrime di conquista, in piedi su di una panchina al molo bevevo a canna pessimo vino rosso e urlavo la nostra vittoria mentre osservavo quel pezzo di mare dentro al porto accendersi d'oro, mescolavo francese italiano e spagnolo, e poi tutta la notte facevo l'amore sopra un divano e una chitarra con i miei compagni. Prendevo aerei da sola per andare a vedere l'Africa. Piangevo perchè in queste avventure ogni giorno lasciavo sul cammino amici che nella vita non scorderò mai, perchè con loro ho creato ricordi che prima di viverli uno nemmeno ne sogna l'intensità, e affrontato esperienze di vita, salti nel vuoto, lingue straniere, personaggi bizzarri, cibi esotici, e sconfitto pregiudizi, paure e pudori. Piangevo perchè stavo vivendo una vita degna di chiamarsi tale ed ero grata, e felice, di saper provare emozioni così forti. Ero viva. Mi vengono le lacrime adesso, solo a pensarci, a quanto mare e scogliere e spiagge e montagne ho camminato. Quanto vino. Quanta natura. Quanta paura. Quanti dolori. Quanto ridere. Quando imprecare. Quanto fiatone. E quanto sesso, e amore, e amicizia. Era tutto una cosa sola, una roba enorme, completa, indelebile. Non sono io, quella persona lì? Quanto facilmente si dimentica di cosa siamo stati capaci?

Io che mi faccio prendere dalla noia, che guardo il mio umore, i miei pomeriggi e i miei progetti sgretolarsi per le decisioni di qualcun altro, sono davvero la stessa che “...la vita non aspetta”? La stessa che ha impacchettato lo zaino più leggero possibile e si è messa su di un aereo per andare volutamente a sbattere il muso contro l'incognito e l'imprevisto? Io che ora sono paranoie, pigrizia e scuse, che scusa reale ho per essermi spenta così? So di aver visto da vicino quanto viva so essere, non posso lasciare che questo dipenda dai malumori degli altri. E nemmeno dai loro giudizi. E nemmeno dalle loro volontà. E nemmeno dai soldi. Quale reputazione ho da difendere? Non ce l'ho nemmeno, una reputazione. Anni di spostamenti mi hanno resa invisibile. Vado, vengo, non lascio traccia, torno, saluto, riparto. Indolore, astratta, invisibile. A volte la vedo anche come una fortuna, lo dico.

Sono stata a tratti la peggiore e a tratti la migliore compagna di viaggio di me stessa, mi conosco da una vita e ancora a volte fatico a capirmi. Ma ora non servono grandi ricami di forma per dedicarmi questo rimprovero. Ho visto il film che hanno tratto da On the Road di Kerouac, mi ha ricordato com'ero qualche mese fa. Mi ha anche ricordato com'ero quando l'ho letto, anni fa, e quello che anni fa ho combattuto. Ho capito cos'è che mi piace. Il mio lavoro. Scrivere. Viaggiare. Amare libera. Conoscere, gente, cose, nomi di alberi e di stelle, culture. Dormire in posti con una storia. Partire ogni volta che posso. Costruire. Distruggere. Sciogliere nodi e catene. Le catene sono per i colpevoli, e io non sono colpevole di nulla se non di essermi svegliata e di averlo fatto in tempo.

Userò questa notte per tutte le mie ultime scuse. Le svuoterò lì, in quello spazio di ore vuote e assopite, perchè non mi concederò altra occasione per proferirle. Ho deciso di seguire i consigli di un istinto che quando sono “quell'altra” ho imparato ad ascoltare.

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