Cáscara de naranja

Quest'ultimo viaggio, più di altri, mi ha piantato dentro molta poesia. Lo ha fatto in tutti i sensi e i versi, dalla pienezza della condivisione al vuoto della solitudine, dall'alto delle gioie più pure, al fondo della nostalgie più laceranti, allo schifo di situazioni viscide, alla pena e alla compassione, alla desolazione, alla gratitudine, alla rabbia, all'amicizia, all'amore, al piacere, al pentimento, ai limiti più combattuti e a quelli non superati. Ma alla gioia. Sempre, soprattutto, infine, comunque alla gioia. Durante il viaggio, in alcuni luoghi più di altri, il mio quaderno di viaggio si è riempito di schizzi e abbozzi, di alcune poesie complete, di alcune in fase embrionale, altre tuttora in lavorazione. Moltissimo materiale, comunque. Le prime sono arrivate in una notte di attesa dentro una stazione degli autobus di Nazca, poi sull'amaca di un ristoratore peruviano sotto Machu Picchu, che mi ha concesso ospitalità e compagnia mentre aspettavo che un medico venisse a prendermi. Molto mi ha dato anche San Pedro de Atacama, arrivato con il Natale a distendermi i nervi dopo la botta di emozioni dei deserti di sale e delle Ande boliviani. E poi sulle spiaggie di Pucon, ai piedi del vulcano Villarica col suo costante pennacchio di fumo sul confine tra Chile e Argentina, dopo che l'incantevole coloratissima viva Valparaiso aveva piantato un seme indelebile. E poi un pomeriggio solitario sulle rive del Lago Puelo, mentre un'energia forte mi riempiva di malinconia e iniziava a piovere e le pagine del mio quaderno ne portano ancora i segni. A Chile Chico avevo comprato un kilo di ciliegie per pochi soldi e stesa su dei sassi in riva ad un ennesimo lago, lì ho pianto versi sofferti di fallimento. La Patagonia mi ha lasciato senza parole, togliendomi anche l'uso della penna e anestetizzandomi le terminazioni nervose. Conservo ricordi limpidi e bellissimi, tanto completi che forse non ho avvertito il bisogno di mettere nero su bianco. Punta Arenas e il suo stretto di Magellano hanno scatenato un uragano, che è uscito dentro i miei fogli bianchi con tutta la sua foga, una notte di té alla cannella e un luna piena e gigante che non potete capire. Ushuaia di silenzio, Buenos Aires troppo piena di emozioni da metabolizzare, per poterne scrivere sul momento. E' Ezeiza che ha visto l'ultima mia ispirazione in terra argentina e Sudamericana.

Quella che tra tutte ho deciso di pubblicare oggi esce dalla mia penna solamente due settimane fa, ma nasce più di due mesi fa dentro una barca, mentre l'ultimo tramonto di questo viaggio si posava sulle rive del delta del Paranà, riportandoci a Tigre, una cittadina poco fuori Buenos Aires. Nasce nella mia testa in uno spagnolo semplice e mezzo sbagliato, finisce per essere scritta in italiano ed è ufficialmente la prima e l'unica che ho provato a tradurre. Che Dio me la mandi buona. 


Scorza d'arancia
Aggiungo sempre all'erba.
La dolce amarezza
di un aromatico caldo ricordo.


Uno di quelli che mentre li strappi
ti schizzano essenza fra le dita
ti fanno lacrimare gli occhi
e bruciare le ferite.
Uno di quelli che proteggono
preziosi, spugnosi
la carezza di una pelle giovane
sul fremito di un petto umido.
Bianca ragnatela
posata sugli spicchi,
la pelle si insinua candida
fra le scure rotondità dell'arancione
di quell'ultimo tramonto d'acqua.

Sono le rive di un delta,
il confine tra la frivola onda del vento
nel chiacchiericcio dei canneti,
e la densità dell'acqua di fango
dove posano le loro radici.
Il confine tra la fresca castità di una sintonia
il torbido pentimento
e l'intimo desiderio.

Torno agli scrosci d'acqua di fondo
all'agrodolce lento galleggiare
che come le sere di domenica
precede ogni mancanza.
Dentro l'afoso imbrunire di un'estate australe
temendo l'assenza di un'ultima intimità
e di più la portata della sua presenza.
In
un
bacio.

***


Cáscara de naranja
Siempre pongo en la yerba
la dulce amargura
de un aromático cálido recuerdo.

Uno de los que mientras estás desgarrándolos
te solpican de esencia entre los dedos
te ponen agua en los ojos
y fuego en las heridas.
Uno de los que abigran
preciosos, esponjosos
la caricia de una piel joven
sobre el estremecimiento de un pecho humédo.
Blanca tela de araña
descansa sobre los gajos,
la piel se insinua candida
entre la oscura redondez del anaranjado
de esa última puesta del sol de agua.

Son las orillas de un delta
la frontera entre la frívola ola del viento
en el chamullo del cañaveral,
y la densidad del agua de lodo
donde se asientan sus raíces.
La frontera entre la fresca castidad de una sintonía
el turbio arrepentimiento
y el íntimo deseo.

Vuelvo a los ruidos de agua de fondo
agrodulce lento flotar
que como las tardes del domingo
precede a cualquier extrañar.
Dentro del bochornoso atardecer de un verano austral
temendo la ausencia de una última intimidad
y aún más el alcance de su presencia.
En
un
beso.


                                                                                                                                                                                  Tigre, 09.02.2016

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