Primo resoconto. Sono a Buenos Aires da poco più di una settimana. I lineamenti di questo viaggio iniziano piano piano a definirsi e tutti i tasselli a incastrarsi, e già posso dire che questo viaggio sarà definitivamente qualcosa di nuovo e molto forte per me.
A dire il vero questo viaggio è stato sin dalla fase di preparazione un viaggio diverso dagli altri. Principalmente perchè per la prima volta ho deciso di "tornare" in un luogo dove sono già stata e dove mi è sembrato di non essermi fermata abbastanza. Per la prima volta avevo intenzione di viaggiare più lentamente, concedendomi tempi di permanenza più lunghi, a discapito magari di molte delle cose da vedere, ma a favore di una più profonda conoscenza del luogo e della gente che mi ospita. Questa volta sono partita con uno zaino riempito diversamente, senza sacco a pelo e con dentro una frusta da pasticceria, un po' di cacao amaro per il tiramisu e un po' noce moscata per la besciamella (che quante volte mi son trovata a fare tiramisù montati a mano con sopra il nesquik dolce voi non avete idea), ma pieno soprattutto di aspettative.
Chiaramente, questo è stato il mio primo errore.
Sono molto brava quando si tratta di andare a sbattere la faccia contro l'incognito, libera dalle aspettative perchè della direzione in cui sto andando non conosco nessun dettaglio. Sono brava perchè ho imparato a non mostrare che me la sto facendo sotto, e perchè so che alla fine me la cavo sempre e alla grande. Ma quella di tornare in un luogo che mi ha dato tanto e aspettarmi di trovare quello che avevo trovato a febbraio è stata un'idea pessima e di impatto micidiale sul mio entusiasmo. Smorzato, subito. Bang. Morto. Tre giorni di malumore.
Ovviamente, Buenos Aires mi ha ricevuto in tutt'altro modo. Nei primi giorni ho commesso molti errori. Sbagliato strade, dimenticato chiavi, perso cose. Mi sono fatta rubare dei soldi, e mi sono fatta fregare dalle aspettative. Come al solito, benchè io sappia che devo concedermi del tempo e che i primi 3 giorni il ritmo delle giornate e delle abitudini per forza si stravolge e che il corpo e la psiche non possono uscirne indenni, io finisco sempre per colpevolizzarmi e confondere l'adattamento con la pigrizia.
Così ancora sotto jetlag, nostalgie e malumori, ho pensato di non fermarmi, ho pensato di cercare gli autobus per Cordoba e di dire ciao ciao a questa nuova fredda versione di Buenos Aires. Ho pensato di lasciare indietro gli affetti che qui venivo ritrovando con la stesa freddezza e naturalezza di sempre. Ho pensato di partire e di rimettermi sulla strada come ho sempre fatto, perchè è la cosa che mi riesce meglio.
Però poi certi angeli dell'ostello, una chitarra che suona sempre in sottofondo, nuovi e vecchi amici, tanti piccoli momenti bellissimi, un città splendida, risate, birre e carezze al cuore hanno spazzato via quell'alone di insicurezza, mi hanno fatto sentire di nuovo a casa, mi hanno rimesso negli occhi nuovi stupori e mi hanno fatto ritrovare la motivazione.
Così mi sono detta che no. Che non è ora di andare. Che la zingara che sono non pianta radici ma per lo meno disfa lo zaino per un po'. Perchè la stessa voce che da febbraio mi grida nelle orecchie di tornare in Argentina, ora mi sta dicendo di fermarmi a Buenos Aires. E io, quella voce lì, ho deciso di ascoltarla da quando il 10 febbraio scorso sono salita sull'aereo che mi riportava in Italia.
Quindi. E' con piacere che annuncio che dal prossimo martedì a fine gennaio, lavorerò alla reception di un ostello in cambio di vitto e alloggio e mi farò un po' adottare da questa grande bellissima città. Nuovo viaggio, nuova sfida. Daje!
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