A Buenos Aires prima che piova
s'alza un vento di sabbia
si agitano gli alberi nel traffico
e l'aria si riempie dei fiori viola degli Jacaranda.
Poi piano si bagna il cemento bollente
sale un vapore che sa di terra
le gonne volano, i visi si bagnano, i passi accelerano.
Le vie si svuotano.
E si riempiono i caffè.
Piove a Buenos Aires, e io amo la malinconia di questa strada bagnata, di questa aria lavata, di queste vie vuote. Amo le nuvole gonfie dell'oceano, che si ritorcono bianche, alte e arrabbiate dentro il cielo tanto blu di questa città. Amo la musica nelle strade, i colori e l'arte dei sui muri, amo fermarmi alla Morenita per un'empanada caliente, amo il violinista della linea B alla stazione Pellegrini, amo perdermi con i collettivi e infuriarmi per essere tanto contadina, amo camminare fino a Puerto Madero e allontanare il cemento per un paio d'ore stendendomi con un libro sotto un albero pieno di colibrì. Amo lavorare in un ostello che si è convertito in casa, a contatto con culture differenti e persone speciali. Amo gli argentini che mi hanno accolta e aperto le loro case per mostrarmi parti della città che altrimenti non avrei potuto vedere. Amo come il cielo si colora di rosa al tramonto, e amo il colore di questo calore umano che sento. Mi piace perdermi ore, con solo un vestito a fiori, una bottiglia d'acqua fresca e la macchina fotografica in mano, per catturare le sfumature degli angoli di questa città. Amo il fermento culturale, amo i centri sociali, i festival di musica elettronica, i club senza insegna, le mostre fotografiche, le esposizioni d'arte, la botteghe di libri usati, i club di ping pong, le birrerie artigianali, le serate passate a chiacchierare delle cucine del mondo, amo che mi prendano in giro per il mio accento italiano e per come gesticolo, e amo che chi da casa mi sente al telefono mi dica che il mio italiano ora suona con un accento spagnolo.
Quando sono partita, pensavo di fermarmi qui un mesetto, poi salire al nord dell'Argentina, passare in Uruguay e Brasile e fare la vagabonda avventuriera come ho sempre fatto. Pero da qualche tempo desideravo un viaggio più lento, desideravo fermarmi in un posto per assorbirlo profondamente. Una volta qui ho sentito una voce che mi diceva di rimanere, e varie coincidenze hanno fatto si che decidessi di fermarmi fino alla fine di gennaio. Durante i primi giorni ho avuto dubbi e momenti di panico, temendo di pentirmi di questo nuovo colpo di testa. Ma l'ostello dove lavoro si è presto trasformato in famiglia, il lavoro e la lingua mi danno qualche difficoltà ma anche molti stimoli per studiare e approfondire, la città è incredibilmente bella, piena, viva.
Ho la conferma che la scelta di mettere lo zaino dentro un armadio per un tempo è la scelta giusta.
Ho la conferma che a volte, vagabondare non significa solo saltare continuamente da un autobus all'altro, ma anche sentirsi straniera e bambina curiosa in una città che impari a conoscere lentamente e con timidezza. Ora so che non sto tradendo la mia natura, e che sono la vagabonda di sempre, ma dentro alla splendida affascinante Buenos Aires.

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