L'oblio degli occhi neri
il profondo di una ferita popolare
la marcia, il ruido, il colore.
Questa cittá é cemento bollente e magia.
Si apre una ferita nel cuore
che colpisce piú forte allo stomaco che al muscolo.
Nelle vene mi pulsa il vuoto
di birre non bevute
di poesie taciute
di occasioni perdute.
Dentro a questi specchi
ritrovo frammenti d'ispirazione
abbandonati da decenni
dietro i riflessi scomparsi degli scrittori del passato.
Seduta al loro posto cerco la consolazione.
La cerco nella dannazione artistica di chi giá é stato.
Di chi ha vissuto, scritto, sofferto
urlato, vinto, passato.
Non é un male raro, il mio.
Peró l'amore sono ferite lacere che non si possono cucire.
Le lasciamo aperte al vento
e quanto piú sono fresche
tanto piú ci rigiriamo dentro le dita
rimestiamo nelle carni lacerate
spalancate
al tempo, al rimpianto
alla sabbia, alla rabbia.
Le lecchiamo
cercando conforto nella stessa saliva
che avremmo preferito sprecare nei baci.
Ci disinfettiamo con la stessa fonte
del nostro male.
Dolce zucchero che brucia come sale.
Siamo insalubri, siamo malati
e non cerchiamo cura.
Perché é tanto dolce questo dolore
la mia spalla é la malinconia di questa cittá
che mi sostiene il passo
che mi fa sedere dentro a questo caffé
sotto una foto di Julio
sulla sua stessa sedia
poggiando i gomiti dove lui li poggiava
e sospirando, forse, come lui sospirava.
Chiedendo "otro café"
quando io di solito non bevo nemmeno il primo.

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