Inka Jungle Trail to Machu Picchu

È domenica quando parto per la grande avventura che mi porterà al Machu Picchu. Devo dirlo, non tutta rose e fiori.

Ma partiamo dalle cose belle, bellissime. Gli altri del gruppo sono tutti viaggiatori solitari, due australiani, un brasiliano, una texana, una messicana e due irlandesi. Immediata la socializzazione e il soprannome, Sexy Llamas. Nel giro di un paio d'ore su un van sgangherato saliamo al passo di Abra Malaga a 4316 mt slm, ci armiamo di protezioni da bad ass bikers e, inforcate le nostre mountain bike, sotto la pioggia ci fiondiamo giu per il versante per una adrenalinica 60ina di km.


Purtroppo siamo in mezzo alle nuvole e questo azzera la vista meravigliosa sulle vallate di cui potremmo godere, ma forse è meglio così, perché la ripidità e del percorso e l'asfalto bagnato richiedono tutti i nostri occhi e le nostre attenzioni. Non mancano cadute e sbucciature da scompisciarsi, ma per fortuna almeno stavolta non sono io la protagonista... :) Tra tornanti, rigagnoli da guadare e rocce rotolate giù da schivare raggiungiamo fradici e ammaccati quota 2200 e l'ostello che ci ospiterà la notte. Qui purtroppo il nostro gruppo viene frazionato e mescolato fra altri, cosa che nessuno di noi apprezza e che ci rende tutti un po' tristi. Ma tutto sommato io non capito male, sono in camera con Federico e Juliano, Argentina e Brasile, e i due sono piuttosto fichi come compagni d'avventura.


Nel pomeriggio ci diamo da novellini al rafting sul fiume Urubamba e questa Signori è una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto. Siamo divisi in 4 gommoni e le nostre guide sono 4 pazzi scalmanati che si danno battaglia tra di loro, qualcuno di noi finisce in acqua e qualcuno viene rubato e tenuto prigioniero degli equipaggi nemici. A tuffi, spinte e schizzi con i remi, seguono momenti di serietà in cui lavoriamo e remiamo sotto gli urli delle guide che ci indicano direzioni e velocità di remata. Inutile dire che siamo tutti imbranati, che i gommoni vanno dove vogliono, che beviamo acqua a litri e che già alla prima rapida siamo zuppi in posti che nemmeno sapevamo di avere, ma arriviamo tutti incolumi, soddisfatti e galvanizzati alla fine del percorso. Da rifare subito!

In ostello doccia rigorosamente gelata, ma dopo la pioggia della mattina e il bagno nel torrente del pomeriggio, l'acqua fredda non ci fa più nessuna paura. A cena siedo con Ben, uno chef australiano, una dolcissima coppia di tedeschi, Laura e Joshua, e con un Aaron, un australiano dall'ego tanto esagerato da risultare adorabile. La compagnia è fatta e il giorno dopo la sveglia è alle 6. Ci aspettano 25 km su e giù per le Ande, in quella che si rivelerà una ripida interminabile fatica sotto un sole cocente.




La natura che abbiamo intorno è incontaminata e selvaggia e mi lascia incantata. Attraversiamo boschi di alberi di mango e avocado, piantagioni di caffè e coca, i nostri sensi vengono violentati da profumi e viste spettacolari e le nostre pelli da spietati mosquitos. Io poi in particolare non ho mai capitò perché ho il sangue tanto delizioso, fatto sta che sono devastata, solo sulle mie gambe posso contare una 40ina di simpatiche bollicine rosse. Sentiti ringraziamenti a Madre Natura.





Nel tardo pomeriggio raggiungiamo la meta, il paesino di Santa Teresa e le sue calde fonti termali, dove neanche a chiedercelo per 5 soles (circa 1,50€) ci tuffiamo tutti in un rigenerante ammollo di un paio d'ore.


Benessere. Ben ribolliti e rilassati arriviamo all'ostello, usciamo a cena e poi, non sazi della giornata, andiamo a ballare in un paio di club.
Il terzo giorno sono previsti altri km e l'arrivo ad Aguas Calientes, il paese direttamente sotto Machu Picchu. Qui però iniziano i miei guai perché non so bene se per qualcosa che ho mangiato o per un colpo di calore, durante la notte vengo letteralmente annientata da quella che si rivelerà un'infezione intestinale con i contro fiocchi.

L'energia, come l'umore, è sotto le scarpe, sono uno straccetto in preda alla disidratazione e l'unica cosa che posso fare è fermarmi, abbandonare il gruppo e prendere un autobus. Passo la giornata su di un'amaca, nelle mani di un premuroso ristoratore e del suo gatto che dorme sopra i tavoli, aspettando il mio autobus salvatore in preda al nervoso e al vomitino. Raggiungo comunque Aguas Calientes e gli altri del gruppo per la notte. La mattina dopo la sveglia è alle 4 e io raccimolo tutte le mie forze e i miei residui adiposi da cui trarre energia perché oggi si arriva alla meta e svenente o non svenente io ci arriverò viva e fiera. Con l'occhiaia galoppante magari, ma ciapa là.






Machu Picchu è fuori dal tempo. La sua posizione, la sua aria, le nuvole che ci si rotolano sopra, le sue pietre immutate, le sue vie ora vuote ma in cui le vedi, le percepisci senza alcun dubbio le vite che ci hanno camminato. La cittadella di Machu Picchu non fu mai terminata perché gli uomini destinati alla sua costruzione furono in corso d'opera ridestinati alla (più urgente) guerra interna del regno Inka. Galleggia così nell'aria un'energia che sa di incompiuto e che sembra essere in sospeso, in attesa, da secoli. Tutto lascia senza fiato, rapiti, affascinati dalla magia di un luogo che è rimasto immutato, in un limbo del tempo, segreto, custodito nel silenzio di una selva che lo ha avvolto nei secoli, quasi a proteggerlo, fino alla sua riscoperta nel 1911.
Ci sono luoghi in cui si percepisce un'energia forte, netta, pulita. Nella stessa lista io metto luoghi come Assisi, il Capo di Buona Speranza, Finisterre in Galizia, la Bretagna, e ora si, aggiungo anche Machu Picchu. La suggestione ha poco a che fare con questa mia lista, ci sono vibrazioni che non so descrivere ma che sono inconfutabili e tangibili.
Sono estasiata.

Nel tardo pomeriggio riprendiamo la nostra strada verso Cusco, dove arriviamo a notte inoltrata. Salutati gli altri del gruppo Juliano si unisce a me nella strada verso l'ostello e io sono contenta di non dovermela camminare da sola di notte. Arrivati, godiamo della prima doccia calda dopo 3 giorni e crolliamo in preda alla più pesante delle stanchezze.

Il giorno che segue per darmi un po' di tregua mi concedo all'ozio, un caffè in centro con uno dei ragazzi italiani che avevo conosciuto a Paracas e che ora si trovano a Cusco, e la sera con Juliano raggiungo Federico, l'argentino, col pretesto di guardare una partita alla tv e condividere due birrette. La giornata passa così , piacevole e lenta, e io mi convinco di essere guarita. E invece.

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